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CAMBIERANNO DAVVERO LE MODALITA’ DI CONSUMO POST COVID19?

 

La pandemia che ha colpito il mondo con il COVID19 ha, per la prima volta nella storia recente, coinvolto l’intero globo gettandolo in un’emergenza sanitaria assolutamente imprevista e fuori controllo.

 

L’isolamento forzato determinato dal “distanziamento sociale” necessario a contenere il diffondersi del COVID19, ha obbligato a mettere in atto azioni di sospensione delle attività produttive in quasi tutto il mondo, eccezion fatta per quelle che sono state considerate “essenziali” (medicina, alimentare servizi pubblici e collegati).

Lo smart working ha finalmente rivendicato la sua esistenza e la sua importanza (e diciamocelo pure, la sua efficacia e realizzabilità), ma i settori della produzione non essenziale bloccati dovranno riprendere la loro attività ritrovando un mondo/mercato previsto molto diverso da quello lasciato.

 

Si parla tantissimo di come sarà il mercato della ripresa, di quanto velocemente potrà tornare a girare a pieno regime, di come il consumo si adatterà alla nuova visione/percezione post virus.

 

Indubbiamente i consumi planetari risentiranno della mancanza di liquidità immediata dei consumatori, che privati di uno stipendio abituale (almeno in parte della totalità per chi è in cassaintegrazione o della totalità per chi è lavoratore autonomo) avranno meno capacità di spesa; ma ad interrogare gli analisti è l’aspetto emotivo che questo virus sarà capace di lasciare.

 

Il cambiamento di priorità sarà determinante? Avrà un effetto di contrazione nella scelta di cosa e come comprare? Cosa e come spendere?

Senza dubbio, soprattutto nella prima fase di ripartenza questo peso sarà preponderante, poiché la paura di un nuovo stop, di nuove misure restrittive porteranno il consumatore verso un atteggiamento molto conservativo e prudente; il tempo, nell’ipotesi che tutto possa continuare gradatamente verso il ritorno alla “normalità”, porteranno verso consumi similari a quelli pre COVID19.

 

Ed allora, viene da dire, questa normalità ricostituita, non terrà conto del “vissuto” di quarantena?

 

Probabilmente nel breve-medio, come detto, si, l’attenzione alla spesa ed alla selezione su cosa acquistare giocherà un ruolo di enorme peso, ma sul lungo periodo, l’abitudine, la voglia/necessità di normalità, la spinta emotiva in esaurimento ricondurranno il consumatore verso abitudini consolidate.

Cambieranno, invece, gli acquisti nel settore del B2B, quegli acquisti in materiali e attrezzature legate strettamente alla produzione di altri beni.

 

L’isolamento ha dimostrato che occorre approvvigionarsi meglio e gestire meglio i magazzini, l’oscillazione costante dei prezzi d’acquisto ha insegnato che troppo fragile e volubile è il mercato, che essere in ritardo con la produzione si traduce in un gravissimo handicap all’atto della ripartenza.

 

E poi, fioriranno tante nuove imprese e si svilupperanno tante nuove idee; lo stop ha obbligato molti a ripensare e ridisegnare il proprio business, e lavorare proprio sulla prospettiva di cambio di atteggiamento del mercato, ad inserirsi in nicchie di mercato fino ad ora non considerate.

Come rispondere allora al cambio di atteggiamento?

 

Ridisegnare la propria offerta, dare valore al prezzo ed ai servizi, comunicare in maniera trasparente e pulita (si, le terminologie che psicologicamente costituiscono il plus più ricercato del post COVID19) che si è pronti ad offrire un prodotto sicuro (qualunque esso sia).

 

Adattarsi al cambiamento è prerogativa di chiunque, in un mercato costantemente in evoluzione e movimento, vuole restarci; e lo sarà ancora di più alla ripartenza, poiché lo stop ha quasi rimesso tutti in gioco, occorre sfruttare l’occasione.

 

PMI E POST CORONAVIRUS: QUALI SCENARI E QUALE FUTURO

 

Lo stop delle attività “non essenziali” di questo momento crea una necessaria riflessione su quello che sarà lo scenario che aspetta chi è “fermo” quando, “luce verde” sarà data alla ripresa delle attività.

 

Senza dubbio l’isolamento sociale, e conseguentemente la limitazione alla circolazione delle persone anche per recarsi al lavoro, è azione fondamentale per frenare e, speriamo bloccare, la diffusione dell’epidemia.

 

 Senza entrare nel merito dei decreti governativi a sostegno e delle azioni in campo (e promesse) delle organizzazioni internazionali, ciò che ora è necessario fare è disegnare scenari plausibili per comprendere come prepararsi e cosa aspettarsi.

Detto, come ho già fatto, che ritengo che questo sia il tempo del “resetting” mettendo a valore immediato le capacità presenti e future di chi già opera nell’azienda attraverso percorsi di formazione, apprendimento e aggiornamento “on line”, occorre provare a delineare i tratti essenziali del post COVID19 per le nostre PMI.

 

 Grandi aziende di analisi si sono già esercitate su questo tema notiamo come il tema portante sia una valutazione “in corso” di quanto potrebbe accadere, concentrandosi molto sull’effetto de-globalizzazione che la “crisi COVID19” ha scatenato. Se da un lato infatti il mondo globalizzato ha aperto con facilità le porte dello scambio commerciale (in entrata ed uscita) dall’altro ha reso dipendenti le economie le une all’altra; i giganti vanno in crisi, i piccoli ne soffrono la ripercussione.

Citando brevemente uno studio di McKinsey pubblicato in questi giorni, vengono prospettati tre scenari principali che possono essere riassunti (mi perdonino i sofisti del tema sul mio “riassunto”) in:

 - scenario del recupero rapido, dove sulla scorta di quanto sta accadendo in Cina (che sembra già fuori del tunnel COVID19) la ripresa sarebbe relativamente rapida per quanto concerne la parte produttiva, mentre meno rapida, ma non preoccupante, sarebbe la ripresa al consumo. Lo scenario analizza le fasce di età della popolazione più colpite dal virus, ovvero anziani e malati pregressi che erano comunque già fuori dal comparto della produzione e dei consumi

 - scenario del rallentamento globale, dove tutte le economie risentiranno, rallentando, dell’impatto COVID19 e faticheranno notevolmente a ripartire; ovviamente le economie più deboli saranno ancora più lente in questa fase di ripresa. È uno scenario che evidentemente non si riferisce solo alla produzione, ma ancora di più al consumo, mettendo a dura prova la ripresa

 - scenario della recessione globale, dove tutte le economie stenteranno in maniera pesante a ripartire e conseguentemente origineranno il buco recessivo difficile da riempire.

 

 Sembra abbastanza chiaro a tutti, quindi, che qualunque sia lo scenario che ci aspetta, questo possa rappresentare una realtà abbastanza differente da quella a cui siamo abituati e che frequentavamo ante COVID19.

 La necessità di riorganizzare tutta l’azienda appare evidente; dall’organizzazione interna (ruoli e competenze del personale) a quella esterna (reti di vendita e canali), dal mercato di approvvigionamento (materie prime e servizi) al mercato di vendita (clienti e distributori) tutto richiederà un nuovo disegno, una nuova mappa, una nuova strutturazione, che tenendo conto di quanto esiste, sappia rimodularsi a nuovi ambienti in cui operare.

 

 In questo scenario le nostre PMI possono avere un enorme vantaggio sul resto del mondo; la tanto elogiata flessibilità sarà, ancora una volta, un “plus” da sfruttare fino in fondo. Abbiamo la capacità di rimodularci ed adattarci molto velocemente, modificare le strategie rendendole adatte alle nuove situazioni; occorre però ricordarsi di non ricadere negli stessi errori fatti, accorciare le catene di fornitura e magari stringere partnership strategiche, cercare mercati non saturi e meno competitivi, rispolverare quello spirito di conquista di un mercato che negli ultimi 10-15 anni si è palesemente perso.

 

 Il mercato interno richiederà lo sforzo di adattarsi alla contrazione inevitabile dei consumi, creando politiche di prezzo e/o di fidelizzazione capaci di marcare “da capo” il segmento di clientela

 Il mercato export, che sono convinto sia capace di dare maggiori soddisfazioni nel breve termine (visto che usciremo prima di altri dal blocco) dovrà far orientare le nostre PMI verso mercati non saturi, nuovi, dove il valore potrà essere riproposto sotto nuove modalità.

 

 Ci si interroga su quali scenari e quale futuro per le nostre PMI, la mia risposta è quella di un duro lavoro ma una luce in fondo al tunnel già visibile se, e ripeto se, lo spirito e la strategia saranno quelle della conquista!

 

 Lo abbiamo già fatto, anni indietro, aveva funzionato molto bene, lo avevamo perso. Da un problema può nascere una opportunità, ecco il “resetting” che auspico.

 

Ripartire dopo il Coronavirus: aziende che riscoprono il proprio valore interno

 

E’ inevitabile immaginare che, una volta finita la “vita in quarantena”, tutti noi potremmo riconsiderare tanti aspetti della nostra vita.

David Grossman ipotizza, immagina, considera che questa esperienza vissuta potrà riportarci ad “essere umani”, rivalutando tutta una serie di aspetti personali, rivincite, cambiamenti di vita che saranno in grado di resettare il passato ed aprirci ad un nuovo futuro.

 

Non necessariamente si deve fare riferimento “ai massimi sistemi globali”, ma più semplicemente il tempo passato fuori da quella che era la nostra routine quotidiana, esaltante o deprimente che fosse, ha concesso l’opportunità di riflettere, pensare e soprattutto analizzare quello che era, e immaginare, pianificare e sognare quello che vorremmo che fosse.

 

 Anche una attività professionale o un’azienda, di questi tempi, ha subito (in differenti modi) una quarantena, che ha spinto o forse obbligato, alla riflessione cardine di questo periodo: “dopo, come sarà, come potrò ripartire, come e cosa cambierà nel mio settore?”

Ebbene, questa riflessione può senza dubbio generare un valore dal quale ripartire per rifondare la propria idea di business e/o ripartire nel proprio campo di attività.

Il suffisso “ri-“ è di fondamentale importanza mai come in questo caso; non solo ci regala la solidità di quello che è stato creato che, diceva Fernand Paul Achille Braudel (storico francese,  uno dei principali esponenti della École des Annales, che studia le civiltà e i cambiamenti a lungo termine, in opposizione alla storia degli avvenimenti) “essere stato è una condizione per essere”, rimane il nostro patrimonio di valore, ma ci fa dono anche della certezza di un futuro che, grazie a questo passato, potremmo migliorare, avendo la possibilità di variare strategia proprio in considerazione degli errori commessi o delle occasioni che non abbiamo saputo cogliere.

 

 Da ora in avanti, un imprenditore credo debba ripartire dal punto focale della riscoperta del proprio “valore” e della riproposizione (ancor auna volta il suffisso “ri”) di questo valore in maniera differente ed efficace, mettendo l’accento sulle risorse interne di cui dispone.

La freneticità e la velocità del “mondo prima del coronavirus” non consentiva infatti, molto, troppo spesso, di allenare bene e valorizzare il proprio staff interno. Era come una squadra di calcio di alto livello che, obbligata a vincere, non riusciva a creare valore e far crescere i propri giovani, provenienti dal proprio vivaio e che avevano la caratteristica di aver cominciato ad alimentare i loro sogni e le loro ambizioni con quella squadra e di conseguenza con quella squadra sognavano di affermarsi.

Ecco, il mio suggerimento, è quello di ripartire dando nuovo valore, nuove ambizioni a chi, già in azienda gioca da tempo con quella squadra, ha verso quell’azienda quel sentimento di appartenenza, conoscenza e determinazione che nessun’altra risorsa (temporanea o nuova) sarà in grado di avere.

 

 Ed allora, perché non lavorare in questo periodo sulla “formazione”, sull’allenamento del proprio staff per il raggiungimento di una nuova meta, per la realizzazione di un nuovo piano, per la ripartenza con nuove o diverse e più adatte strategie; solo chi è già in squadra non rappresenterà un costo aggiuntivo che oggi, difficilmente, un imprenditore riuscirebbe a sostenere; solo chi già conosce l’idea, il prodotto, il servizio, sarà in grado di adattarlo, modificarlo, renderlo vendibile attraverso nuovi o diversi concetti.

Ed aggiungo che tutto questo sposa il concetto di Resilienza che oggi, quanto mai, è entrato nella nostra vita quotidiana.

La Resilienza è, in psicologia, un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. (Wikipedia)

In questo modo l’imprenditore sarà capace di dimostrare come, in questo particolare momento, è in grado di “pensare in maniera positiva” sia al futuro riprogrammando l’attività dell’azienda e rassicurando il proprio staff sulla propria attività, sia ai propri collaboratori ( o parte di essi) ai quali dedica spazi di formazione durante il periodo di stop attraverso una formula di “home training” che rigenera stimoli, aspettative, entusiasmo in vista della ripresa del lavoro.

 

 Come detto all’inizio, citando D.Grossman, la riscoperta del valore umano rivestirà un ruolo personale fodamentale: creare nuovi stimoli, esercitare e infondere nuovi entusiasmi è la chiave per una ripartenza motivata e coinvolgente.

Ma occorre prepararsi, preparare a pianificare, a guardare a nuove strategie, a cercare e verificare nuovi mercati, nuovi clienti, attraverso le modalità che “il momento” ci consente.

 

“Dopo il corona virus torneremo ad essere umani” dice Grossman, dopo il corona virus potremmo tornare ad essere umanamente imprenditori, dando un nuovo valore a quello che facciamo, creando nuovo valore nelle persone che già lavorano con e per l’impresa.